L’adolescenza – Lorella Palumbo psicologa – Ostia Roma

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Si è scritto molto sull’adolescenza e di quanto alcuni disturbi mentali hanno le prime avvisaglie proprio in questo periodo. Nel leggere pensieri e teorie di vari autori, ho avuto la fortuna di imbattermi in un libro di Ferrari che considera l’adolescenza una seconda sfida. La prima sfida è quella del neonato che affronta il marasma sensoriale a cui è esposto alla nascita e la seconda è quella dell’adolescente che  affronta i cambiamenti fisici e mentali, che fa i conti con il tempo che passa e con la realtà che non può essere più negata. Infatti, in questo periodo, l’individuo si trova a dover gestire sempre più da solo le richieste che arrivano dal mondo esterno; come scrive Ferrari, a gestire da solo quel “dolore mentale provocato dall’acuta sensibilità nei confronti del proprio mondo interno”, il dolore mentale provocato da quel tumulto di sensazioni, emozioni e percezioni che invadono il campo percettivo e che a volte possono travolgere.

È nell’adolescenza che il ragazzo/a, entrando in contatto con la realtà così come essa si presenta, sarà portato a ridimensionare il pensiero magico ed onnipotente (tutto mi è possibile) e sarà portato ad attivare nuove funzioni psichiche (volontà, costanza, coscienza, affettività, memoria, ideazione, ecc.) più in linea con i cambiamenti. Ciò è possibile, come dice Ferrari, grazie al fatto che, attraverso il fare, l’adolescente fa esperienza di se stesso: fare per sperimentare, fare per verificare, fare per conoscere e conoscersi. Scrive Ferrari: “il fare e il conoscere sono l’espressione di un’unica e complessa operazione”. Nei confronti dell’esperienza, però, l’adolescente mostra ambivalenza: è tanto curioso quanto spaventato.

Se prevale il sentimento della paura, dell’inadeguatezza, del non sentirsi all’altezza, è più facile che il ragazzo/a sia spinto verso una situazione di ritiro sociale, di chiusura e di isolamento.

È il caso di T., ragazzo di 15 anni. Accompagnato dai genitori, arriva in terapia in seguito a continue assenze a scuola e a liti familiari. Dalle media ad oggi il mondo intorno a lui è cambiato, lui stesso è cambiato e tutto è avvenuto così in fretta che non riesce a stargli dietro. Allora, per frenare, non va a scuola, esce solo con qualche amico di tanto in tanto, e non fa più sport perché lo annoia. È fortemente preoccupato del giudizio altrui e delle aspettative che gli altri e lui stesso hanno e vive la scuola e gli impegni sociali (andare ad una festa, uscire con la classe, incontrare i parenti, ecc.) come un continuo essere messo alla prova, un peso che non sopporta più. È in questo scenario che si fa strada l’idea del suicidio – non per togliersi la vita, ma per silenziare quel tumulto mentale che per lui è “troppo”. Con T. è iniziato un lavoro che è durato tre anni e che ha permesso a T. di uscire dallo stallo in cui si trovava e arrivare ad avere una percezione sempre più chiara del funzionamento del suo mondo interno con la curiosità della persona che sta diventando.

Se invece il ragazzo si avvicina a questo passaggio mostrando segni di rigidità e avendo a priori   deciso come dovrà essere la sua vita, come dovrà essere il suo corpo e cosa lui/lei diventerà, anche questa disposizione può ostacolare il processo di conoscenza di se stesso, in quanto è meno pronto ad affrontare ciò che lui non ha previsto. Ed è possibile, allora, che si blocchi, sperimentando la frustrazione e la rabbia, e si scoraggi, perdendo interesse verso il nuovo.

È il caso di M., una ragazza di 18 anni molto dotata a livello intellettivo, sempre la prima della classe: la prima al liceo, la prima in atletica, la prima nel disegno. Decide di frequentare ingegneria con l’idea di fare lo stesso lavoro di suo padre che ammira. Andando avanti negli studi, si rende conto che ciò che studia è ben diverso da ciò che lei aveva immaginato e, soprattutto, si rende conto di non essere incline a quel tipo di materie. Arriva in terapia per gli attacchi di panico e con l’idea di sé di essere sbagliata, di non andare bene e di non sapere più cosa fare. Il lavoro di terapia ha svolto la funzione di avvicinare questa ragazza a se stessa, e ciò le ha permesso di rendersi consapevole del divario che esisteva tra ciò che lei avrebbe voluto da sé e ciò che nella realtà lei stessa era; ma anche del modo in cui trattava se stessa per non essere ciò che avrebbe voluto: con critiche violente e rabbiose da generare ansia e angoscia.

Questi casi clinici fanno ben vedere come il malessere, i sintomi fisici e la sofferenza sono dei segnali di allarme di un sistema psichico sbilanciato. E allora dare spazio a questo materiale per decodificarlo rappresenta l’occasione, per l’adolescente, di fare luce sulle proprie ombre e di trovare nuovi modi e nuove forme di funzionamento più funzionali alla persona che si è.

Bibliografia

Ferrari A.B. (1998), L’alba del pensiero, Borla, Roma

Ferrari A.B. (1994), L’adolescenza: la seconda sfida, Borla, Roma

Panza A. , Romanini M., Tauriello S., a cura di , (2009), Corporeità, Cafoscania, Venezia