La Relazione Analitica nell’era digitale – Lorella G. PALUMBO

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WhatsApp, sms, email, messaggi vocali e tutta la comunicazione digitale fanno parte del nostro quotidiano modo di esprimerci gli uni con gli altri. L’autrice proprone una riflessione su come la rivoluzione digitale interessi e influenzi anche il setting terapeutico e la relazione analitica.
Parole-chiave: comunicazione virtuale, relazione digitale, relazione anlitica.

Oggi si parla di tecnomediazione della relazione (Comunicazione Mediata Tecnologicamente: CMT) cioè di una comunicazione attraverso chat, blog, sms e social network, in contrapposizione alla comunicazione face to face. Grazie alla CMT è possibile comunicare con più persone allo stesso tempo, in gruppo o separatamente, con persone lontane o vicine e in tempo reale. Si può comunicare attraverso le videochiamate o i messaggi vocali, con le community tematiche, per lavoro o per amicizia.
Questo modo di comunicare non è fatto solo di parole scritte o registrate, ma anche di immagini, foto e della condivisione dei luoghi in cui ci troviamo. Oggi è possibile mappare in tempo reale se stessi e gli amici in ogni spostamento, grazie alla geolocalizzazione. Attraverso l’essere connessi in rete, si può rispondere alle domande “chi sono”, “cosa faccio” e anche “dove sono”.
L’attuale era digitale incrementa la complessità dell’interazione dell’uomo con gli altri e con se stesso, a cui si accompagnano trasformazioni intrapsichiche e mutamenti comportamentali che interessano tutti i settori. Ne conseguono cambiamenti anche negli ambiti della psicoterapia e del setting terapeutico. Se siamo ancora liberi di accettare o meno di trattare un paziente on-line o attraverso Skype, c’è un altro modo in cui i pazienti si presentano e che non possiamo evitare di trattare, la comunicazione attraverso messaggi, WhatsApp, e note vocali. Così lo psicologo può essere contattato 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Ci troviamo di fronte ad un modo di parlare che è sempre più virtuale e sempre meno mediato dal corpo, in cui il comunicare risulta manchevole degli insieme di canali verbali e non verbali che permettono una sensazione di immediato e diretto coinvolgimento con l’altra persona. Quando si usa la comunicazione elettronica, l’unico canale utilizzabile rimane il testo scritto, sebbene talora – e sempre più spesso – arricchito da strumenti alternativi come emoticon e foto, necessarie per colmare le lacune derivanti dalla carenza di corporeità e dell’immediatezza del linguaggio faccia a faccia. Quando si usa la comunicazione virtuale ci aspettiamo che l’altro non solo ci dia risposte immediate, ma anche che le stesse soddisfino i nostri bisogni narcisistici.

RISULTATI E DISCUSSIONE

Chi non ha ricevuto un sms da un paziente per un cambio o una disdetta di appuntamento? O per esprimere qualcosa che nella seduta non è stato affrontato? O addirittura per la chiusura della terapia?

Sembra che anche nel setting terapeutico, che è lo spazio per eccellenza dell’incontro di sé con se stesso e di sé con l’altro, le persone finiscono per fuggire dalla relazione fatta di corpo, di contatto, di emozionalità e di fisicità in favore di una relazione virtuale. E allora dove vanno a finire la corporeità, il tempo e lo spazio che siamo abituati a considerare come i pilastri dell’esperienza analitica? Dove va a finire la relazione “reale” tra analizzando e analista? Non dico direttamente, ma mando a dire attraverso uno strumento e, forse, resto in attesa di una risposta. La comunicazione frontale e paritaria, in cui ognuno si prende la responsabilità del proprio dire e delle proprie scelte, si modifica con la connessione in rete.

Quali possono essere i risvolti di questo nuovo modo di relazionarsi attraverso la connessione? Come sta cambiando la relazione analitica nell’era digitale?

“Sto male… non ho voglia di vivere. E sono tanto nervosa. Non voglio né vivere né morire…”

Messaggio inviato su Whatsapp alle due del mattino.
Un messaggio inviato nel mare della rete in attesa che il destinatario si connetta e lo raccolga. Cosa fare di questo messaggio? Aspettare il prossimo appuntamento per discuterne? Inviare una risposta?
E cosa rispondere? Quale può essere la funzione terapeutica di fronte ad un messaggio inviato alle due del mattino? Questi sono i dubbi etici e deontologici che possono assalire un terapeuta.

In un recente passato, quando non c’erano i cellulari, i terapeuti davano una fascia d’orario in cui ricevere comunicazioni dai propri pazienti e in questo modo avere quel minimo di garanzia che la relazione a due venisse mantenuta (anche se a volte il paziente poteva sparire senza lasciare traccia di sé). Oggi questo non è più possibile, rischieremmo di apparire obsoleti. Ciò non ci esime dall’analizzare quali possano essere le implicazioni e come utilizzare tutto questo all’interno della relazione analitica.

La relazione analitica così come la intende Ferrari, rappresenta lo spazio dentro cui la costruzione del rapporto tra analizzando ed analista diventa oggetto di riflessione, in cui la parola detta dall’analista all’analizzando non è una mera descrizione di un oggetto, quanto piuttosto un’interazione comunicativa. E se in questa interazione entrasse a far parte anche la comunicazione virtuale? E se in questa relazione entrassero gli sms, i mesagi vocali o le immagini che i pazienti spesso inviano ai loro terapeuti?

Ricorrere ad un’email o ad un sms o ad un WhatsApp potrebbe apparire più rassicurante per chi considera poco gestibile quel marasma emotivo e sensoriale che l’impatto con l’altro potrebbe suscitare. Ciò che tuttavia appare più semplice da un lato, non è esente da risvolti negativi: mettersi al riparo dall’alternarsi dei diversi stati d’animo vuol dire anche ridurre la possibilità di conoscere, di apprezzare, di ascoltare le vibrazioni del sentire dentro di noi e le potenzialità che questo sentire potrebbe far emergere, impossibili da sperimentare senza la presenza fisica dell’altro. Forse si potrebbe allora pensare di utilizzare la comunicazione digitale come un tramite per incontrare l’analizzando su un terreno per lui più stabile e sicuro ed incuriosirlo verso un diverso terreno in cui analista e analizzando realmente si incontrano in uno spazio predeterminato.
Ormai, quando incontriamo dal vivo l’altro, esso è per metà con noi nel “qui ed ora” e per metà con l’occhio vigile sullo schermo del cellulare, pronto a rispondere a chiunque nel web si colleghi con lui.

Ritroviamo questa modalità anche nel setting terapeutico: capita che l’analizzando durante la seduta si faccia catturare dal messaggio che arriva all’improvviso, rendendolo più importante del lavoro terapeutico, che la persona, tra l’altro, sta pagando. Ci si può chiedere: cosa sta attendendo l’altro? Cosa è prioritario per l’altro? Quale significato assume per l’altro l’essere continuamente in relazione con il mondo virtuale, scollegandosi dal proprio presente e dal proprio corpo? Come analisti, dovremmo essere sollecitati a curare maggiormente la comunicazione digitale, ponendo attenzione su cosa, quando e come rispondere.

CONCLUSIONI

Le riflessioni riportate non hanno l’ambizione di avere delle risposte ma solo quelle di sollevare l’attenzione su di un cambiamento che non può essere arginato, di cui non conosciamo la portata e che ci sollecita come analisti ad una maggiore attenzione e cura del nostro comunicare digitale.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Ferrari A.B. (1992), L’eclisse del corpo. Roma: Borla
Ferrari A.B. (1994), Adolescenza la seconda sfida. Roma: Borla
Ferrari A.B. (2005), Il pulviscolo di Giotto. Saggi psicoanalitici sullo scorrere del tempo. Milano:
Franco angelo
Carignani P. (2017), Restare connessi. L’uso del videogioco nella terapia con adolescenti.
Funzione Gamma Site. Disponibile in http://www.funzionegamma.it/ Adolescenti, gruppo e nuove rappresentazioni al tempo di internet
Romano F. (2017), Ho un sogno ricorrente…” Esperire o immaginare? Isolamneto, protodepressione, gruppo dei pari. Funzione Gamma Site. Funzione Gamma Site. Disponibile in http://www.funzionegamma.it/ Adolescenti, gruppo e nuove rappresentazioni al tempo di internet

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